giovedì 9 luglio 2009

L'Africa da sola potrebbe sfamare il mondo

Africa alone could feed the world - 27 June 2009 - New Scientist
I profeti di sventura si sbagliavano: nel mondo vi è terreno sufficiente per produrre il cibo necessario a una popolazione in crescita. E contrariamente a quanto atteso, la maggioranza potrebbe provenire dall'Africa, secondo quanto affermano due rapporti internazionali pubblicati in questa settimana.

Il primo rapporto, effettuando proiezioni nel futuro a partire dalla crisi alimentare dello scorso anno (che ha visto impennarsi il prezzo del cibo) afferma che vi è grande abbondanza di terre inutilizzate e fertili, che possono essere coltivate per ottenere nuovi raccolti.

"Circa 1,6 miliardi di ettari potrebbero andare ad aggiungersi agli attuali 1,4 ettari di terre coltivate [nel mondo], e più della metà delle terre coltivabili attualmente non in uso si trovano in Africa e America Latina", conclude il rapporto, preparato dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico e dall'Organizzazione per il Cibo e l'Agricoltura delle Nazioni Unite (FAO).

Volendo trovare ulteriori conferme, ecco un secondo rapporto, pubblicato congiuntamente dalla FAO e dalla Banca Mondiale. Lo studio conclude che 400 milioni di ettari, variamente distribuiti fra 25 paesi africani, sono adatti ad essere coltivati.

Modelli per trovare nuove terre coltivabili esistono già in Tailandia, dove terre inizialmente giudicate inadatte all'agricoltura a causa di problemi nell'irrigazione e a terreni poco fertili, sono stati resi molto produttivi da coltivazioni su piccola scala.

Ambedue i rapporti affermano che, come è accaduto in Tailandia, la strategia vincente sarà puntare sull'agricoltura per aiutare i piccoli coltivatori africani ad uscire dalla povertà, con il sostegno di forti misure governative che garantiscano loro il diritto alla terra.
[foto Flickr]



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mercoledì 8 luglio 2009

Violenza preistorica e pixel

 
da Boston.com, The Big Picture: Un uomo cinese Han brandisce una mazza chiodata e prende foto col proprio cellulare mentre si unisce a una folla di cinesi Han all'assalto di proprietà degli Iuguri, a Urumqui, Cina, martedì 7 luglio 2009. (AP Photo/Ng Han Guan).


A panoramic view of Ürümqi's city center taken...La città di Urumqui, da Wikipedia
Nella stessa pagina numerose altre foto, alcune delle quali crude (oscurate: visibili solo a chi vuole. Un apprezzabile atto di rispetto), dei disordini fra Han e Iuguri.

Qui l'aggiornamento di AsiaNews sugli scontri:

Quello che è stato definito lo scontro più violento negli ultimi 20 anni, sembrava limitarsi a un conflitto fra gli uiguri - emarginati da decenni dalla vita politica ed economica dello Xinjiang – e lo Stato. Ieri invece, con le manifestazioni dei cinesi han, è emerso il pericolo di scontri interetnici che rischiano di far saltare la convivenza fra minoranze e cinesi han di tutta la Cina, in cui lo Stato si mostra incapace di mantenere l’ordine e garantire la sicurezza.
A causa di ciò, il presidente Hu Jintao, in Italia per partecipare al G8, ha ridotto la sua visita e nella notte è partito dall’aeroporto di Pisa per raggiungere Pechino in mattinata.






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martedì 7 luglio 2009

Il senso dei commenti

Quando ho scoperto i blog, la cosa che più mi ha affascinato è stata l'idea dei commenti. Trovo magnifico che da un post possa nascere un dibattito - o meglio una conversazione, come dicono gli anglosassoni, togliendo ogni sfumatura bellicosa al processo - che arricchisce, fa crescere, magari porta lontano, fa volare alto quanto detto nel post.

Tuttavia, nella blogosfera italiana non si è ancora sviluppata appieno quest'idea di blog come lavoro cooperativo, creazione collettiva, aiuto reciproco a capire la realtà (caspita, cosa può esserci di più bello?). Molti pensano che il commento serva soltanto a dire bene - bravo - come hai detto bene - son d'accordo o al massimo ad aggiungere una battuta, un sorriso, una strizzatina d'occhio. Se non gli "viene" di fare una cosa o l'altra, ma anzi avrebbero da correggere, obiettare, sviluppare, domandare, rilanciare, approfondire, ...ecco, proprio allora non commentano, perchè s'immaginano che l'autore del post scriva "Augh! Ho detto!" in calce a ogni post: che, insomma, non ammetta repliche, se non estremamente formali.

Ma non è così! I commenti non sono applausi. Non è questo che vuole, uno che scrive un blog: vuole risposte vere. Vuole confrontare la propria esperienza con quella degli altri. Se avesse voluto solo... pontificare, avrebbe creato un sito web statico, o avrebbe disattivato i commenti. (A onor del vero alcuni disattivano i commenti per altre ragioni, di ordine pratico, e non per una chiusura al dialogo: tuttavia, la loro scelta mi risulta ugualmente incomprensibile.)

E' vero purtroppo che ci sono blog in cui una schiera di fedeli cortigiani usano i commenti ad ogni post come farebbe una claque, approvando con entusiasmo tutto quello che esce dalla tastiera del loro amato blogger: sembra di vedere la scenetta di Petrolini che fa Nerone (Bravo! Grazie!). Queste piccole corti ... rovinano la piazza, e non aiutano a capire il senso vero di un blog, che non è altro che questo:  un poveraccio (o poveraccia) qualsiasi, alla ricerca come tutti, che dice: "Ecco, mi sembra di aver capito questo, ho pensato così e così, mi domando come stiano le cose su quella faccenda... Voi cosa ne pensate? Mi aiutate a fare dei passi avanti?"

Non sarebbe molto più interessante, usare così la possibilità di commentare? E molto più umano, soprattutto!

[foto Wikimedia commons]

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domenica 5 luglio 2009

Occhi che brillano


In margine a una riunione di lavoro, scambio qualche parola con una collega ed amica.

Mi parla delle figlie: ne ha tre già grandi e una più piccola, che fra poco farà la cresima, e che ha scelto una delle sorelle come madrina: "Voglio che sia lei", dice, "perchè quando parla di Gesù le brillano gli occhi".

Non posso fare a meno di pensare come sarebbe diverso e più bello il mondo, se tutti noi che frequentiamo Gesù Cristo lasciassimo trasparire qualcosa di Lui nei nostri occhi. In fondo, dovrebbe essere - è - per questo che viviamo. Ma come si fa? Non è che dipende da un nostro metterci d'impegno, da un'intenzione. E' una sovrabbondanza, un naturale straripare. Quindi, un dono. Un dono grande! Da chiedere.

Il cardinale Henry Newman (che presto sarà proclamato beato!) scrisse fra l'altro una preghiera, che Madre Teresa di Calcutta volle che i suoi collaboratori recitassero ogni giorno. Eccone un brano:

J H Newman age 23 when he preached his first s...Image via Wikipedia

Illumina servendoti di me,
e prendi possesso di me in modo tale
che ogni persona che avvicino possa sentire la tua presenza.
Che guardandomi non veda me, ma te in me. Rimani in me.
Allora risplenderò del tuo stesso splendore, e potrò essere luce per gli altri.
Ma questa luce avrà la sua sorgente unicamente in te, Gesù,
e non ne verrà da me neppure il più piccolo raggio:
sarai tu a illuminare gli altri per mezzo mio.

Una lettura superficiale di una preghiera come questa può farcela sembrare sentimentale, disincantati come siamo. Ma ponendo un po' più di attenzione, vediamo che c'è dentro tutto il succo del cristianesimo. C'è la Chiesa, che è Corpo di Cristo, e che siamo noi: uno ad uno, uniti a Cristo. E il corpo è appunto, eminentemente, strumento di relazione. Quindi, così come la Chiesa nel suo insieme, anche il nostro corpo - la voce, lo sguardo, i gesti, le cose che facciamo e come le facciamo - nella misura in cui appartiene a Cristo, è fatto per donare Cristo: tanto più, quanto più siamo noi stessi! Infatti non ci è chiesto di annullarci, ma di radicarci in Lui. Quella preghiera di Newman non fa che chiedere che questo avvenga, maggiormente e più presto di quanto ce lo permetterebbe il nostro ego, piccolo narciso che si gingilla con la propria incerta maschera.

(La prima parte di questo post era stata già pubblicata lo scorso 13 maggio. La foto in alto è di Jvangalen.)


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giovedì 2 luglio 2009

La gioia

I paragrafi che seguono appartengono alla parte conclusiva dell'esortazione apostolica Gaudete in Domino, di papa Paolo VI, scritta per l'anno santo del 1975. L'ho riscoperta grazie a quest'articolo di Giampaolo Cottini, che è stato mio insegnante di liceo: un uomo di profonda pace, intelligente e buono, a cui sono molto grata.

La gioia di essere cristiano, strettamente unito alla Chiesa, «nel Cristo», in stato di grazia con Dio, è davvero capace di riempire il cuore dell'uomo. Non è forse questa esultanza profonda che dà un accento sconvolgente al Mémorial di Pascal: «Gioia, gioia, gioia, pianti di gioia»? E vicinissimi a noi, quanti scrittori sanno esprimere in una forma nuova - pensiamo per esempio a Georges Bernanos - questa gioia evangelica degli umili, che traspare dappertutto in un mondo che parla del silenzio di Dio! La gioia nasce sempre da un certo sguardo sull'uomo e su Dio: Se il tuo occhio è sano, anche il tuo corpo è tutto nella luce (Lc 11, 34). Noi tocchiamo qui la dimensione originale e inalienabile della persona umana: la sua vocazione al bene passa per i sentieri della conoscenza e dell'amore, della contemplazione e dell'azione. Possiate voi cogliere quanto c'è di meglio nell'anima dei fratelli e questa Presenza divina tanto vicina al cuore umano.
Credo davvero che la capacità di vivere la gioia - spesso nascosta fra le pieghe della sofferenza, dell'aridità, della rabbia di cui inevitabilmente la vita è intessuta - sia il segno certo di chi appartiene a Cristo. E se "la gioia nasce sempre da un certo sguardo sull'uomo e su Dio" (una frase che quasi basta da sola a riempire una vita...), questo significa anche che un di meno di gioia viene spesso da una visione appannata, oscurata: dal nostro stesso orgoglio, perlopiù. Buono a sapersi.

Che i nostri figli inquieti di certi gruppi respingano dunque gli eccessi della critica sistematica e disgregatrice! Senza allontanarsi da una visione realistica, le comunità cristiane diventino luoghi di ottimismo, dove tutti i componenti s'impegnano risolutamente a discernere l'aspetto positivo delle persone e degli avvenimenti. La carità non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (1 Cor. 13, 6-7).
Ah, anche questo è così terribilmente attuale! Ci sono tantissimi e buonissimi nostri fratelli in Cristo convinti che il modo migliore per servire la Chiesa sia scagliarsi con veemenza contro chi dentro la Chiesa sbaglia in qualcosa. La gioia è dimenticata: rimane lo zelo soltanto. Sembra quasi che sentano la sferza di cordicelle fatta da Gesù danzare ardente nel palmo della loro mano. Io no. Lascio volentieri quella sferza nel pugno del Cristo, l'Amore stesso. Io, devo ancora imparare ad amare.

L'educazione a un tale sguardo non è solamente compito della psicologia. Essa è anche un frutto dello Spirito Santo. Questo Spirito, che abita in pienezza nella persona di Gesù, lo ha reso, durante la sua vita terrena, così attento alle gioie della vita quotidiana, così delicato e così persuasivo per rimettere i peccatori sul cammino di una nuova giovinezza di cuore e di spirito! È questo medesimo Spirito che ha animato la Vergine Maria e ciascuno dei santi. È questo medesimo Spirito che dona ancor oggi a tanti cristiani la gioia di vivere ogni giorno la loro vocazione particolare nella pace e nella speranza, che sorpassano le delusioni e le sofferenze. È lo Spirito di Pentecoste che porta oggi moltissimi discepoli di Cristo sulle vie della preghiera, nell'allegrezza di una lode filiale, e verso il servizio umile e gioioso dei diseredati e degli emarginati dalla società. Poiché la gioia non può dissociarsi dalla partecipazione. In Dio stesso tutto è gioia poiché tutto è dono.
"L'educazione a tale sguardo..."! quindi nessun cristiano nasce imparato, neanche in questo. La gioia si impara. E il maestro è lo Spirito Santo.
"In Dio stesso tutto è gioia perchè tutto è dono": ecco, per assaporare fino in fondo quest'altra frase ci vuole un'altra vita intera...
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mercoledì 24 giugno 2009

Senza parole



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sabato 13 giugno 2009

Mica solo loro

Anche noi cattolici abbiamo i nostri mandala. E non sono neanche malaccio.




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martedì 9 giugno 2009

Roland Joffé prepara un film sui primi anni dell'Opus Dei

Opus Dei founder gets 'The Mission' treatment, in: America | The National Catholic Weekly, Posted at: 2009-06-08 17:48:23, Author: Austen Ivereigh

Ricordate The Mission, il grande film del 1986 sui Gesuiti del diciottesimo secolo nella giungla del Paraguay, con Robert de Niro e Jeremy Irons? Il regista inglese, Roland Joffé, sta preparando una nuova opera che si occupa di cattolicesimo, sui primi anni della vita dell'Opus Dei e il suo fondatore, san Josemaría Escrivá de Balaguer.

There be dragons beneficerà della collaborazione con l'Opus Dei, ma non è stata nè commissionata nè finanziata dall'istituzione. "I realizzatori del film ci hanno chiesto aiuto per raccogliere informazioni, e noi abbaim dato loro accesso alla documentazione. Questo è stato l'inizio e la fine della nostra collaborazione a questo film", ha dichiarato un portavoce dell'Opus Dei.

Il film è una coproduzione di Argentina, Spagna e Stati Uniti, e le riprese inizieranno nei prossimi mesi presso Luján, Argentina, un luogo di pellegrinaggi mariani, per poi trasferirsi in Spagna. Il protagonista è un attore inglese, Charlie Cox, che interpreta un giornalista contemporaneo che visita il proprio padre, morente in Spagna, per riconciliarsi con lui. Per caso il giovane si trova a fare ricerche su uno dei vecchi amici del padre, un sacerdote, defunto, in fama di santità. L'azione si sviluppa poi durante la guerra civile spagnola, man mano che il giornalista esplora la complessa relazione di amicizia che legò i due uomini fin dall'infanzia.

"Un dramma di passione, tradimento, amore e fede", recitano le note di produzione. "Una storia densa d'azione, ambientata un un periodo sanguinoso della storia, con insegnamenti utili per il presente, sull'importanza e la forza perenne del perdono". (...)

Trovato qui (thanks!). L'aggiunta dei links e la traduzione sono miei.



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sabato 30 maggio 2009

Fantasia di Dio



Quando penso allo Spirito Santo, e alla Pentecoste, la prima cosa che mi viene in mente è: ricchezza, pienezza, abbondanza. Lo Spirito Santo è Amore fatto fantasia! Non si lascia imbrigliare da tempi e luoghi, schemi e definizioni: soffia dove vuole, e dà la vita, incontenibilmente. Celebrare la Pentecoste è anche rendere grazie alla meravigliosa libertà che fa della Chiesa una sinfonia di spiriti tutti diversi (persone, famiglie, movimenti, istituzioni): e ciascuno è Chiesa, ma nessuno - da solo - è tutta la Chiesa, "quella vera", il Corpo di Cristo! Ut unum sint!
dal post In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas, nel blog Senza peli sulla lingua:

Nella Chiesa d'oggi c'è una grande ricchezza: quante diverse realtà, quanti movimenti, quante esperienze spirituali! È qualcosa di cui dobbiamo rendere grazie al Signore.

Ma il problema è che spesso ciascuno pensa che la propria esperienza sia esclusiva, l'unico modo autentico di vivere il cristianesimo. Che presunzione!

Nella Chiesa c'è spazio per tutti: il mistero di Cristo è cosí vasto che non possiamo pretendere di esaurirlo con la nostra piccola esperienza. Ciascuno di noi ha il suo carisma, con cui mette in luce e si sforza di vivere un aspetto di questo mistero inesauribile, lasciando agli altri di evidenziarne altri aspetti.

L'umiltà, ci ricorda il Santo Padre, è alla base di ogni autentica esperienza cristiana: chi sono io per atteggiarmi a giudice degli altri? Io ho ricevuto un dono e mi sforzerò di viverlo come meglio posso; rispetterò gli altri, anzi renderò grazie al Signore, perché sono diversi da me.

Ciò che importa è che siamo tutti uniti nella stessa fede: In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas.

[nella foto: Carlo Urbino, La discesa dello Spirito Santo sui dodici apostoli. Cupola della Cappella di San Giuseppe (sec. XVII) nella chiesa di San Marco a Milano. Foto di Giovanni Dall'Orto, 14-4-2007. Immagine Wikimedia commons, ritagliata]

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mercoledì 27 maggio 2009

L'appoggio

Papa Benedetto XVI tocca il luogo dove secondo la tradizione Gesù fu crocifisso, nella chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, lo scorso 15 maggio.

Pope Benedict XVI visits Israel

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martedì 26 maggio 2009

Sette minuti e un secondo di brividi

Bruce Springsteen con la Seeger Sessions Band: "Oh Mary Don't You Weep", dal vivo al Point Theatre di Dublino, Irlanda, novembre 2006.

Well if I could I surely would / Stand on the rock where Moses stood
Pharaoh's army got drownded / O Mary don't you weep
O Mary, don't you weep, don't mourn / O Mary, don't you weep, don't mourn
Pharaoh's army get drownded / O Mary, don't you weep
Well Mary wore 3 links of chain / on every link was a Jesus' name
Pharaoh's army got drownded / O Mary don't you weep
O Mary, don't you weep, don't mourn / O Mary, don't you weep, don't mourn
Pharaoh's army get drownded / Oh, Mary, don't you weep
Well one of these nights bout 12 o'clock / this old world is gonna rock
Pharaoh's army got drownded / O Mary don't you weep
Well Moses stood on the Red Sea shore / And smote the water with a two by four
Pharaoh's army got drownded / O Mary don't you weep
O Mary, don't you weep, don't you mourn / O Mary, don't you weep, don't you mourn
Pharaoh's army got drownded / O Mary, don't you weep
Well, old Mr. Satan he got mad / Missed that soul that he thought he had
Pharaoh's army get drownded / O Mary, don't you weep
Brothers and sisters don't you cry / they'll be good times by and by
Pharaoh's army got drownded / O Mary don't you weep
O Mary, don't you weep, don't mourn / O Mary, don't you weep, don't mourn
Pharaoh's army get drownded / O Mary, don't you weep






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mercoledì 20 maggio 2009

Le nuove tecnologie e il Vangelo

Pope Benedict XVI     DSC00173-1Image by Beyond Forgetting via Flickr

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 20 maggio 2009 (ZENIT.org).- Questo mercoledì Benedetto XVI ha fatto appellato ai giovani perché portino la testimonianza della loro fede nel mondo digitale.

Al termine dell’Udienza generale, Benedetto XVI ha ricordato, in inglese, che domenica 24 maggio la Chiesa celebrerà la 43° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, riflettendo sul tema: "Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia".

Le nuove tecnologie, ha spiegato il Papa, hanno cambiato il modo in cui le informazioni sono diffuse nel mondo e “il modo in cui le persone comunicano e si relazionano con gli altri”.

Per questo Benedetto XVI ha incoraggiato chi ha accesso al cyberspazio ad “essere attento a mantenere e promuovere una cultura di rispetto, di dialogo e amicizia autentica, dove i valori della verità, dell’armonia e della comprensione possano prosperare”.

“Impiegate le nuove tecnologie per far conoscere il Vangelo – ha detto infine – in modo che la Buona Novella dell’amore infinito di Dio per tutte le persone, risuoni in modo nuovo nel nostro mondo sempre più tecnologico”.



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A proposito: la foto del bimbo della testata è una modifica di Pokankuni sull'originale di Anissat.
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